INTERVISTA AD ANTONIO DI PIETRO: Mani Pulite di ieri, corruzione di oggi, forza nel domani

Se ogni azione umana si ripetesse due volte, la seconda sarebbe migliore

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Foto dell’archivio personale di Antonio Di Pietro

Antonio Di Pietro, classe 1950 è politico, avvocato ed ex magistrato. Sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Milano ha fatto parte del pool ‘Mani pulite’; entrato in politica nel 1996 come cattolico liberale e di centro,  nel 1998 ha fondato l’Italia dei Valori, partito dal quale ha scelto di allontanarsi nell’ottobre del 2014. Ha concesso un’interessante intervista alla nostra redazione, rispondendo alle domande su Mani Pulite, politica e carriera personale.

La stagione di Mani Pulite – che lo ricordiamo è stata caratterizzata da una serie di indagini giudiziarie condotte tra il 1992 e il 1996 a livello nazionale nei confronti di esponenti della politica, dell’economia e delle istituzioni italiane – si è conclusa da circa vent’anni. In questo lasso di tempo cos’è cambiato in Italia sul piano della legalità? Non le sembra che tutto sia rimasto uguale?
Magari fosse tutto uguale, negli anni c’è stata una ‘ingegnerizzazione’ dell’illegalità: oggi è molto più difficile scoprire dove è radicato il malaffare e combatterlo. Attualmente i magistrati che scoprono le irregolarità sono aditati come colpevoli mentre la politica, l’economia e le istituzioni sono composte per lo più da persone riciclate o in buona parte sono figli di quelle espressioni che hanno portato allo scandalo di Tangentopoli e non solo… Purtroppo, a distanza di vent’anni, non posso che giungere a questa amara conclusione.


Nel febbraio del ’92 il pool della Procura di Milano riuscì a interrompere la catena di omertà tra mondo dell’imprenditoria, della politica e delle istituzioni, spianando la strada alla verità. Nel momento dell’arresto di Mario Chiesa era a conoscenza della straordinaria diffusione della corruzione? E quali sono state le prime mosse della magistratura?
Nel 1992 partì l’inchiesta Mani Pulite, ma non quelle sulla corruzione che raccontavano di un reato già tristemente noto. Possiamo dire che quell’anno fu il momento culminante, la chiave di volta, per molte procure (Milano, Palermo, Torino) che avevano portato avanti inchieste approfondite; è il caso dello scandalo del Banco Ambrosiano, la cessione dell’Iri, la scoperta della Propaganda 2, la trattativa tra Stato italiano e Cosa nostra…

In quell’anno sono stato io ad avviare l’inchiesta Mani Pulite, mentre il pool è entrato in azione solo successivamente, quando c’è stata la necessità di fare squadra. Sul piano processuale avevo già svolto parecchie indagini evidenziando un sistema radicato e collaudato tra imprese, politica e istituzioni. Il mio è un chiaro riferimento a tante inchieste giudiziarie come la Lombardia informatica, Carceri d’oro, Patenti Facili, Oltrepò Pavese, Alluvione in Valtellina, hinterland milanese… Posso affermare che avevo già tentato più volte di trovare la chiave del malaffare, scoprire cioè come constatare il reato di corruzione. Ma con l’arresto di Mario Chiesa e lo scandalo del Pio Albergo Trivulzio è stato tutto in discesa, oppure in salita dipende dai punti di vista.


Il ’92 mostrò il massimo degrado del sistema politico; in quell’anno morirono i magistrati Falcone e Borsellino, Cossiga si dimise e Scalfaro gli successe. Il popolo contemporaneamente scese nelle piazze, manifestando un profondo bisogno di giustizia. Secondo Ezio Mauro la Prima Repubblica stava morendo come un regime. Nell’inchiesta si scoprì che i maggiori gruppi industriali finanziavano segretamente i partiti politici (DC, PDS, PSI, Repubblicani) che in poco meno di due anni si dissolsero. Sembrava la fine della Repubblica invece è stato l’inizio di un altro periodo, e un leader carismatico ha saputo sfruttare l’occasione e presentarsi al momento giusto, sto parlando di Silvio Berlusconi. Cosa ci può raccontare del passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica?
Il passaggio da una Repubblica all’altra è la più grande truffa politica dal Dopoguerra. Siamo sempre nella stessa Repubblica, composta da persone per bene come potevano essere Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e da altre corrotte. È un unico periodo in cui il sistema illegale si è sviluppato e adattato per vivere meglio, troppo spesso scampando alle inchieste giudiziarie. Voglio però ricordare che non solo i grandi industriali finanziavano i partiti, ma ormai si era raggiunto un accordo, un determinato sistema, dove ai finanziamenti che normalmente ricevevano i partiti si aggiungevano le mazzette alle persone, ai politici o pubblici ufficiali in carne ed ossa (ed è qui spiegato il motivo per cui i soldi si trovassero su conti correnti personali e non in quelli propri di un partito. Da finanziamento ai partiti si è passato a finanziamento alle persone).

Voglio essere chiaro, anche la sinistra c’era dentro fino al collo! La corruzione si era estesa al mondo delle cooperative, dove il sistema funzionava pressapoco così:
– costituzione di imprese temporanee
– presenza di una grossa impresa con riferimento a un dato partito
– appalti e bandi truccati, dove non importava chi vinceva, perché prima o poi toccava a tutti.
La caratteristica della sinistra “migliorista” è stata quella di uscire senza conseguenze penali, e per questo è stata ancora più immorale, è riuscita a farla franca nascondendo le tangenti in quote di appalto di determinate cooperative.


È parere di molti che, con Mani Pulite, abbiano perso un po’ tutti (da un lato i colpevoli e i corrotti, dall’altra la magistratura e i cittadini onesti) e che quella particolare stagione abbia contribuito, forse indirettamente, a creare la situazione attuale. Qual è stato l’errore maggiore di quell’inchiesta?
È vero che molti la chiamano sconfitta, ma in realtà non è stato altro che un controllo della malattia del nostro paese; dove la colpa non è di chi scopre la patologia. Personalmente non mi sento sconfitto, resta solo l’amarezza per non aver visto intervenire chi doveva. La stagione di Mani Pulite non ha contribuito alla creazione della situazione attuale, però può aiutarci a comprendere la fase in cui viviamo. L’idea di una sconfitta della Giustizia è erroneamente dovuta a un’informazione malata che ha compiuto un vero e proprio martellamento delle menti e che ha influenzato pesantemente l’opinione pubblica. Si è arrivati a non riconoscere più una battaglia tra guardia e ladri, bensì tra due bande opposte. In realtà ciò che siamo riusciti a organizzare (non parlo solamente del pool della Milano da Bere, contemporaneamente anche del gemello della Palermo dell’omertà) ha dello straordinario. Da Nord a Sud siamo riusciti a collaborare e a definire un sistema che a Milano prevedeva la figura del corrotto e del corruttore, mentre a Palermo era più allargato e vedeva interagire politica (scambio di voti), imprese (appalti illeciti) e mafia (regolava il tutto come emissario).

Pool di Mani Pulite
Il pool di Mani Pulite, foto dell’archivio personale di A. Di Pietro


In una recente dichiarazione il Procuratore Davigo ha ammesso che il Pool di Mani Pulite invece di indebolire la specie di corruttori li ha resi più forti favorendoli con leggi che, negli anni, li ha resi impunibili. Ha colpito i deboli, mentre ha lasciato liberi i più forti. Anche lei è di questo avviso e perché?
Il carissimo Piercamillo Davigo in questo caso voleva evidenziare che, così come in natura esiste una selezione naturale, anche nel fare le inchiesta esiste una certa logica del più forte, che non significa fare sconti ai più potenti o pericolosi ma solamente a coloro che sono stati tanto scaltri da farla franca.

Mani Pulite ha evidenziato tre generi propri della corruzione:
– chi collabora con la magistratura
– chi non parla o nega fino all’evidenza
– chi va in parlamento e fa le leggi per non farsi processare
Purtroppo il genere che più si è rafforzato in questi anni è la nuova specie.

Il 6 dicembre 1994 ha scelto di dimettersi dalla magistratura, qual è stato il motivo di fondo?
Da questo momento ha inizio la sua carriera politica: ministro dei Lavori Pubblici nel ‘96; il
21 marzo 1998 fonda l’Italia dei Valori; si avvicina ai democratici per poi riallontanarsene nel 2000. Nel 2005 entra nella coalizione dell’Unione  e nel 2006 è Ministro delle Infrastrutture nel secondo governo Prodi. La sua carriera è stata alternata da alti e bassi, che tipo di politica ha portato avanti in questi anni? Ha dei rimpianti?
È molto comune pensare che mi sia dimesso nel 1994, tuttavia è avvenuto l’anno successivo quando ho assunto l’incarico come Consulente della Commissione Parlamentare Stragi sull’inchiesta della Uno Bianca. Nel ’95 mi sono dimesso non per fare politica, attività che intraprenderò liberamente solo due anni dopo, bensì per contrastare l’ondata di diffamazione e di ‘dossieraggio’ che in quegli anni mi vedeva vittima e che rischiava di infangare il lavoro di Mani Pulite, tentando di ridare vigore al sistema illecito ormai scoperto. Dal giorno delle mie dimissioni, rassegnate quindi per necessità difensive, ho portato avanti sedici processi (e sono stato prosciolto in tutti) e ancora oggi ho 861 procedimenti di diffamazione, delegittimazione e ingiurie da avviare. Un calvario enorme!
In questi anni credo di aver portato avanti una buona politica. Pensi che già nel 2006, appena diventato Ministro delle Infrastrutture, allontanai dagli uffici ministeriali Ettore Incalza (oggi al centro dell’inchiesta Perotti) e la stessa sorte spettò ad Angelo Balduzzi (indagato per il G8 a La Maddalena); la rotazione dei Dirigenti Superiori –di cui si parla tanto in questi giorni- io l’avevo già attuata dieci anni fa. Se però Incalza è stato reintegrato è perché forse conveniva a tutti, oppure era in possesso di informazioni molto riservate che avrebbero causato più problemi che altro. Nei miei anni come politico mi sono battuto su molti fronti, ma due sono stati i miei punti fermi: il ricambio generazionale di politici e amministratori, e la trasparenza dell’amministrazione pubblica.


Nell’ottobre 2014, non condividendo la linea politica del suo partito, ha deciso di abbandonare l’Italia dei Valori. Attualmente di cosa si occupa?  Presto la rivedremo in politica?
Ho lasciato l’IDV senza rimpianti ma con un rispetto paterno. Volevo che il partito prendesse un’impronta più democratica. Nel momento che ha scelto di appoggiare il Governo Renzi, approvando le riforme e alleandosi con il Centro Destra, ho preferito lasciare e non occuparmi più di politica. Ho preso, per così dire, un anno sabbatico, che ho scelto di dedicare alla mia famiglia, trascurata ormai da trent’anni. Francamente non so dirvi se tornerò in politica o nelle istituzioni. Per ora non ne sento il bisogno. Pensi che pochi giorni fa ho proposto la mia candidatura, e dato la mia disponibilità, a Sindaco di Milano, ma i partiti politici si sono rivelati non disponibili a confrontarsi con me. Mi chiedo perché abbiano così paura che possa assumere qualche ruolo?

Torniamo a parlare di legalità. Che ruolo deve avere la politica in tutto questo?
La politica deve fare delle leggi che assicurino davvero la giustizia. Oggi la legalità è fatta in nome delle leggi, ma troppo spesso le leggi sono contro la giustizia sostanziale. La politica deve impegnarsi nella legalità, facendolo per giustizia e dando un buon esempio agli altri.

Una domanda immancabile, quale consiglio per le future generazioni?
Devo davvero sforzarmi! Mi piacerebbe fare un’affermazione positiva e di speranza, ma per farla devo partire da una vicenda personale. Io ho tre figli e attualmente sono tutti all’estero. A mio figlio Antonio Giuseppe, il giorno della sua laurea, gli ho raccomandato di farsi valere e di saltare l’asticella immaginaria che per me simboleggia le soddisfazioni personali. Lui mi ha risposto che per i giovani di oggi non ci sono asticelle da saltare. Quello che voglio dire, oltre all’aneddoto personale, è che per i giovani di oggi è più difficile di ieri, è un po’ come giocare una partita di calcio, seguendo le regole, ma con  troppi trucchi e truccatori. In casi come questi però non bisogna arrendersi, e occorre fare squadra!

Luca Passarini

Processo Napoli (2)
Processo di Napoli, foto dell’archivio personale di A. Di Pietro
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