L’Albero di Cirene

Un venerdì sera di febbraio, sono stata ospite della parrocchia di Sant’Antonio di Savena.
Ero lì per intervistare il fondatore dell’Albero di Cirene ma, nell’attesa che tornasse il padre, ho intervistato anche altre persone che vivono lì con lui.
L’Albero di Cirene è una associazione ONLUS nata nel 1995, quando Don Mario, tornato dall’Africa dopo una missione, decise di aprire la casa canonica anche ad altre persone. “Inizialmente non si chiamava così” mi racconta Don Mario “Ma aveva bisogno di un riconoscimento ufficiale a livello civile. Quindi cinque anni dopo il mio ritorno dall’Africa, l’associazione è diventata l’Albero di Cirene.
L’origine del nome ha un significato biblico, infatti il Cireneo era l’uomo che aiutò Gesù a portare la Croce, ma Albero ha un significato sopratutto simbolico. Albero è un qualcosa che dona e e i suoi rami danno ristoro, ombra e frutti. L’Albero di Cirene ha sette rami e essi rappresentato i progetti che porta avanti da diversi anni”. “La funzione dell’Albero” continua Don Mario è il servizio e il sollecitamento alla relazione fra persone anche molto diverse fra loro. È un servizio che parte dal Vangelo. Qui la vita si basa su un principio che è condividere la vita con gli altri, sapendo che è quello che fece Cristo”.
Quando sono arrivata mi ha accolta Luca, uno studente universitario di Ingegneria Elettronica.
“Abbiamo vari progetti attivi, legati all’Albero, qui in parrocchia e se ne occupano parrocchiani e non. Io, ad esempio, partecipo al progetto Zoen Tencarari e vivo in comunità nella casa canonica con altri ragazzi di religioni anche diverse dalla mia. Il mio compagno di stanza, per fare un esempio, è musulmano.
Il nome Zoen Tencarari deriva da quello di un vescovo che ospitava studenti universitari, e se non si potevano permettere una casa, lui gli apriva le porte della canonica. All’inizio Don Mario ospitava militari e poi iniziò ad ospitare ragazzi in difficoltà.
Il progetto si basa sulla vita e lo stile familiare e su tre piedi che sono: Tavola, Preghiera e Accoglienza. Tavola significa condividere assieme i pasti e i momenti importanti della giornata, come appunto il pranzo e la cena. L’Accoglienza vuol dire essere accoglienti con tutti e condividere la vita, partendo dalle camere, ma anche accogliere tutti coloro che sonno nel bisogno, come i senzatetto che spesso vengono a bussare alla nostra porta. L’Albero si occupa anche degli ultimi, come le ragazze di strada e i carcerati. Per loro sono stati creati i progetti Non Sei Sola e Liberi di Sognare. Il progetto Non Sei Sola è volto al recupero di ragazze prostituite e non prostitute, ciò vuol dire che vengono sfruttate e costrette a vendere il loro corpo; e prende ispirazione da un’idea di Don Oreste Benzi (fondatore dell’associazione Papa Giovanni XXIII). Solitamente i partecipanti a questo progetto (ragazzi giovani fra i 20 e i 30 anni) si trovano in determinate sere e, con il loro pulmino, vanno a cercare le ragazze, per parlare con loro e magari portargli qualcosa di caldo come del tè o del caffè con biscotti, e pregare assieme. Se loro hanno desidero di uscire dalla tratta i volontari cercano di aiutarle con un processo molto ben organizzato. L’obbiettivo di questo progetto è aiutarle e offrire un po’ di calore e affetto, trattarle come persone umane”. “Per riuscire a sconfiggere davvero il problema della prostituzione, bisognerebbe sensibilizzare tutti, in modo che nessuno vada a cercare le prostitute. Finché ci saranno dei clienti ci saranno delle ragazze prostituite”.
Gli altri progetti, o rami dell’Albero, sono Aurora che si occupa delle madri in difficoltà e le ospita a Casa Aurora, Centro di Ascolto per poveri e stranieri e scuola di Italiano per Stranieri e Pamoja ma anche il Treno Dei Cloches. Il progetto Pamoja è costituito da gruppi di volontari che vanno in Africa per qualche settimana a fare dei progetti”; mentre quello del Treno è basato su gruppetti di volontari che vanno a dare da mangiare ai senzatetto che si rifugiano alla stazione di Bologna, un’occasione per stare con loro e conoscere la loro vita.
“Io faccio parte del progetto Liberi di Sognare e ogni domenica vado in carcere con un prete per dire messa insieme ai carcerati, poi facciamo anche dei laboratori di lettura e riflessione sul Vangelo”. Dice Dennis “Sono un seminarista e vivo in questa parrocchia da qualche tempo, l’obbiettivo del progetto di vita di comunità, di cui faccio parte come anche Luca, è vivere un periodo della tua vita con altre persone. È vero, alle volte può esserci il pericolo di vivere relazioni superficiali, perché molte persone stanno qui per qualche mese, soprattutto le famiglie, ma vivere assieme stimola a crescere nel cuore e nell’animo. Insegna ad amare ed essere amato.
La nostra è una comunità molto attiva e varia. E fra di noi c’è un rapporto di fratellanza, siamo come una grande famiglia. Spesso il giovedì e il venerdì sera viene tanta gente a cenare con noi perché il giovedì facciamo una serata di adorazione e lettura di brani evangelici in Chiesa”.
Dopo averli intervistati, ceniamo tutti assieme. Siamo in tanti (ci sono tre famiglie con bambini piccoli che giocano con alcuni ragazzi che vivono in canonica e si rincorrono fra loro).
Pensavo di essere un’intrusa e invece mi hanno fatto sentire benvenuta e accolta, ho passato una serata fantastica fra risate e racconti di vite diverse dalla mia ma incredibilmente affascinanti.

Annalisa De Luca


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